Monte Tenibres per canale NE – VALLE STURA

Punto di partenza: Pian della Regina (1557m), Pietraporzio (CN)

Difficoltà: PD, 45°max su neve

Lunghezza: 300 m il canale

Materiali: piccozza, ramponi, casco

Avvicinamento al rifugio: lasciata l’automobile al Pian della Regina (1557m), ci si incammina sulla strada sterrata che punta dritto del Vallone del Piz, dapprima pianeggiante, poi più in salita. Si costeggia una evidente cascata sulla sinistra della strada in corrispondenza di una curva e con qualche svolta ci si innalza nella conca superiore del vallone. Proseguendo, ancora sulla sinistra si tralasciano un laghetto, il Lausarel (1898m), per poi raggiungere una vera e propria chicca di questo vallone: “lou merze gros”, un larice secolare, forse addirittura millenario, a dir poco monumentale. Continuando sulla strada militare, il vallone curva alla nostra sinistra, portandoci in vista dell’altura su cui sorge il rifugio. In corrispondenza di una curva e qualche metro prima di essa si perviene ai due possibili sentieri che conducono al rifugio, ben segnalati da cartelli e tacche di vernice; seguendoli si raggiunge infine il rifugio Ervedo Zanotti (2175m).

Il vallone sopra al lago
Il vallone sopra al lago

Avvicinamento: dal rifugio Zanotti (2175m) si sceglie il nuovo sentiero, recentemente tracciato dal gestore, segnalato con frequenti tacche di vernice gialla che lo rendono praticabile anche al mattino presto con il buio, che si inoltra dapprima tra gli alberi in fronte al rifugio, per poi raggiungere una fascia di rocce montonate al di sotto della punta Zanotti. Il sentiero trova sempre un comodo passaggio tra di esse e poco a poco, in molto meno tempo che per il tradizionale sentiero che passa per il Passo Soprano di Scolettas, conduce al lago Mongioie (2480m). Di qui, costeggiando le pareti esposte a nord della Punta Zanotti prima e della Rocca Rossa poi, ai cui piedi la neve dura abbastanza a lungo, si punta verso il fondo del vallone, che termina con il passo di Tenibres (2940m) con la sottostante casermetta, passando sotto a diversi canali da non confondere. Prima di giungere ai canali del Tenibres si tralascia il canale di Rabuons, sino a raggiungere la conoide del primo dei due canali, il più lungo (300m). Il alternativa si può utilizzare il sentiero normale per il Passo di Tenibres e voltare a sinistra verso i canali solo una volta giunti in fondo al vallone. Solo da qui è possibile scorgere il secondo canale, più corto (250m) che si congiunge in alto con il primo.

Schizzo dei canali
Schizzo dei canali
I canali osservati dalla via normale, poco sotto al passo di Tenibres
I canali osservati dalla via normale, poco sotto al passo di Tenibres

Canale: per il canale di sinistra, raggiunta la conoide, si inizia a risalirlo senza percorso obbligato. E’ possibile che nella parte alta, dove si intercetta una piccola diramazione verso sinistra, si sia sovrastati da una cornice: non salire in questa direzione, ma piegare verso destra, fino a raggiungere una selletta a pochi metri dalla vetta (qui finisce anche il canale di destra). Si continua in cresta verso la vetta su neve o su roccette, fino alle due croci (3031m).

In uscita dal canale
In uscita dal canale

Discesa: per la via normale al Tenibres, che si imbocca in corrispondenza della seconda croce, quella in legno. Con poco innevamento si reperiscono facilmente tacche di vernice rossa. Si scende il pendio lato Francia per roccette fino ad un avvallamento quasi sempre nevoso, che si traversa verso nord per raggiungere brevemente il Passo di Tenibres (era presente un ancoraggio per un’eventuale corda doppia). Scendere il ripido tratto nevoso o di roccette verso la casermetta, ivi intercettando il sentiero della via normale che riconduce verso il lago e poi verso valle.

Croci di vetta
Croci di vetta
Panorama dalla vetta
Panorama dalla vetta

Giravo ancora con la piccozza di mio nonno…

Le mie possibilità erano poche, molto poche. Salire un canale nella mia valle o in una vicina era qualcosa di grande, qualcosa per cui piangere una volta in cima. E’ vero che i sogni si deformano e si ingigantiscono, danno alla testa, portano a compiere assurdi sacrifici e lotte quotidiane, finché quasi non ci si riconosce più; ma ogni tanto bisogna ricordarsi da dove si viene, per non perdere la strada. I più giovani erano portati a sorridere della mia attrezzatura, mentre qualche anziano montanaro vi riconosceva qualcosa di prezioso; per me è stata qualcosa di più: un vincolo iniziatico e una staffetta da portare avanti, il cui testimone era passato tra le mani di mio nonno prima e di mio padre poi, ora nelle mie. Quella picca era enorme, totalmente fuori misura per me; per certo doveva essere divertente incontrare qualcuno che se ne andava in giro così. Pantaloni vecchi di anni, un po’ sgualciti, che tuttavia uso ancora adesso in montagna, riparati già tante volte e utilizzati con delle vecchie bretelle perché nel frattempo un po’ si saranno lasciati andare loro, un po’ sarò dimagrita io a furia di muovermi; una vecchia giacca rossa che mio padre mi aveva comprato “per la crescita” e che probabilmente era da maschio e maglie termiche comprate per pochi soldi. E poi io che insomma, non sono mai stata nelle fila di quelle belle. Poco accettabile per un mondo che si nutre di apparenze. Sia i miei conoscenti che gli sconosciuti che vedevo qua e là per i monti, a mio confronto sembravano dei fotomodelli. Sembrava di rivivere i tempi delle scuole, tra elementari e medie, quando avevo i brufoli, indossavo delle cosacce brutte e tristi da mercato, tutti già iniziavano a fare i fighetti e il mio soprannome era “cesso”. Insomma, una vita da classici sfigati, corredata dalle prese in giro e dalle umiliazioni del bullo di turno. Orribili anni.

Per fortuna così tanto tempo dopo tutto ciò mi importava molto di meno. Perlomeno ero in montagna a fare qualcosa che mi rendeva felice. Avevo comprato un libro fantastico per capire dove andare a ravanare con i miei ramponi nuovi di Natale e la vecchia picca: una collezione di itinerari di sci ripido, mentre gli sci li sognavo come uno strano miraggio e non avrei creduto di poterli usare mai. Quelle pagine rivoluzionarono in un baleno la mia visione della montagna invernale. E la fortuna maggiore era che le condizioni per andare c’erano, nonostante l’inverno poco abbondante di precipitazioni nevose, c’erano eccome, probabilmente più per me che per gli ultimi ostinati sciatori. Da quel momento una parte di me si innamorò del lato scuro delle montagne, della parete in ombra, dell’esposizione nord. Volevo assolutamente arrampicare su ghiaccio, ma questa è una storia che ho già raccontato.

Nel frattempo colui che stava diventando seriamente il mio compagno, aveva fatto la conoscenza di un rifugista della valle, presso il quale aveva lavorato per l’installazione di una parabola satellitare per internet. Avevo la mia lista di itinerari papabili, come tuttora ho, e uno di quelli passava proprio per quelle zone. Una sera, proprio mentre cenavamo assieme, il rifugista fece una chiamata di prova al mio ragazzo utilizzando il nuovo servizio, invitandoci poi ad andare a fargli visita. Chiesi com’erano le condizioni su e alla risposta… “Domani salgo”. Probabilmente il nostro buon Gianfranco non aveva inteso che davvero sarei arrivata, finché il pomeriggio successivo, mentre lavorava sotto il caldo sole, vide giungere una ragazza con lo zaino in spalle.

La mattina seguente, partita all’ultimo buio, salivo con due picche – quella di mio nonno e una che Gianfranco volle a tutti i costi prestarmi – e in zaino una radio per eventuali comunicazioni. Pochi minuti alle otto ed ecco che sbucavo dal tratto più ripido dell’uscita del canale nel raggi del sole mattutino, in vista delle croci di vetta. E tutto il resto del mondo giù a valle.

Ero stata sul Tenibres per la prima volta tanti anni addietro insieme a mio padre, gita da lui preventivamente descritta lunga a me che ero solo ragazzina e avrei potuto stufarmi anzitempo del lungo camminare. Una giornata un po’ nebbiosa, come tante ne prendevamo, come avessimo avuto un abbonamento al tempaccio. Una fotografia di quel giorno mi ritrae mentre cammino lungo il nevaio al di sotto della cima, lungo la via normale. Proprio di lì andai per scendere. Tra le roccette mi colpì come una saetta la sensazione della presenza di lui. Un saluto commosso e ripresi la mia via verso valle. Giornate che rimangono impresse nei dettagli anche dopo tanto tempo, giornate che nutrono lo spirito, giornate che lasciano dietro di sé un significato che ci modella come un abile scalpello e contribuisce a creare ciò che siamo oggi e ciò che saremo domani.

 

Stefania Lovera

Stefania Lovera

Vive in Valle Stura. Da sempre ama la montagna, la passione aumenta negli ultimi anni con la pratica dell'alpinismo e dell'arrampicata. Ha un approccio spirituale alla montagna.

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