Rocca la Marchisa in invernale- VALLE VARAITA

Punto di partenza: Rifugio Melezè (1812m), Bellino (CN), Valle Varaita

Quota massima: 3072 m

Difficoltà: salita tipicamente scialpinistica BS; percorribile con racchette da neve fino a Colle di Vers; cima comunque raggiungibile con picozza e ramponi

Cartografia: IGC 6 Monviso

Relazione: dal rifugio Melezè (1812 m), raggiungibile con l’automobile anche in inverno, si prosegue a piedi verso la frazione di Sant’Anna. Di qui, in prossimità di un ponte, si svolta verso sinistra entrando così nel vallone di Traversagn, nel quale ci si inoltra fino a raggiungere l’omonimo ampio falsopiano.

Alle spalle salendo verso il Piano Traversagn, Rocca Senghi all'alba
Alle spalle salendo verso il Piano Traversagn, Rocca Senghi all’alba

 

Persistente-nube-lenticolare-sul-Monviso-fotografato-durante-la-salita-al-Pian-Traversagn
Persistente-nube-lenticolare-sul-Monviso-fotografato-durante-la-salita-al-Pian-Traversagn

Dal Piano di Traversagn (2290m) sono possibili tre itinerari: per il Colle di Vers, qui descritto, o per i colli est ed ovest della Marchisa, non segnati nella cartina 1:50.000. Si prosegue tenendosi sulla sinistra orografica del vallone costeggiando numerose baite.

La-Marchisa-al-centro-domina-il-Pian-Traversagn
La-Marchisa-al-centro-domina-il-Pian-Traversagn
Traversando verso i pendii sommitali
Traversando verso i pendii sommitali

Si risalgono alcuni dossi fino a sbucare in un ampio canalone tra le pareti della Rocca Marchisa a sinistra e del Sebolet a destra; si raggiunge infine il Colle di Vers (2862m). Da questo punto è necessario scendere brevemente sul versante Maira per attraversare la barriera rocciosa che dal colle incide in pendio sottostante; in un paio di punti la discesa è più agevole.

In vista della cima
In vista della cima

 

Croce di vetta
Croce di vetta

 

Cresta verso la seconda croce
Cresta verso la seconda croce

 

Di qui si inizia un lungo traverso che adduce ai pendii sommitali della Marchisa, dapprima ripidi, fino ad un bell’altopiano sospeso dal quale il panorama si apre meravigliosamente verso il resto della Valle Varaita, dominata dalla mole del Monviso. Di qui è anche ben visibile la cima, finalmente vicina, che si raggiunge per pendii mediamente ripidi (3072 m). Discesa per lo stesso percorso.

 

Vista sul Chersogno
Vista sul Chersogno

 

Bellino, Valle Varaita, 3 febbraio 2018

Tanto, tanto tempo. Tanto silenzio che si mescola al sangue, ai pensieri. Una vita nuova ed un tempo liberato in cui riscoprire le pulsioni dell’anima. Poi il paradosso del denaro e l’allontanamento dagli estremismi della mente e dalla loro infelicità. Una strana voglia di fare un po’ di polemica per quanto non serva a molto se non a darsi un po’ di ragione da sè, che nessun altro sembra dartela come vorresti da una vita – impossibile. Un senso di forza, una fiamma che arde, l’idea di stringere la propria vita ed il proprio mondo tra le mani – illusorio eppure così appagante. E sopra tutte, l’illusione della libertà, coi suoi confini e con la sua precarietà invincibile, imperitura. Questa è la mia vita adesso, e così com’è l’abbraccerei per sempre, pur convivendo con quella consapevolezza che sta sempre lì: che tutto passa. Ma ora, in questo unico istante reale, è perfetta ed io mi accordo in armonia alla sua danza.

Ora posso tornare a rifugiarmi in questa valle, come tante cose un anno dopo il desiderio. Non ho mai voluto molto di più che poter decidere di partire, dormire, mangiare e bere al riparo di tetti diversi per poi ripartire al mattino, a piedi, per nuove avventure. Verso ciò che mi tiene in vita. Nuove esperienze, nuovi orizzonti, nuove idee: l’impossibilità di scivolare nella noia, di putrefarsi già prima di restituire tutto. Mi sento lontana dagli schiamazzi e dai rumori del mondo, dalle sue tempeste, vibrando nel nome di tutto ciò che amo con un’innocenza primitiva che mi chiedo a chi possa nuocere. Che senso hanno le accuse? Tante rimangono le cose che continuo a non comprendere del nostro mondo, su tutte le scale, tanto mi è ignoto del motivo per cui questa terra che camminiamo rimanga un luogo tanto infelice anche laddove potrebbe facilmente non esser tale per la sola azione dei sentimenti umani e del buon senso. Qui, mentre sui monti innevati l’aria si fa sempre più gelida, c’è una fortunata pace.

Sono da sola in questi giorni, come ai vecchi tempi. Allora ho preparato l’auto e sono partita: sci, scarponi, racchette da neve, ramponi, picozze… Senza dover pensare di dormire al freddo della macchina angusta, ma in rifugio, con i sogni ai due lati della finestra. Per bivaccare in questa stagione mi manca tutto; forse il tempo porrà rimedio anche a questo, ma per ora non c’è fretta e – finalmente – viene a mancare l’idea che non si potrà mai. Sembra di tornare ai tempi in cui c’era ancora mio padre, quando avevamo poco ma tutto sembrava ugualmente possibile. Intanto ci siamo ritrovati adulti e tutto il mondo è irreversibilmente cambiato. Infine è anche accaduto qualcosa di sensibilmente buono: un po’ di serenità. Ormai è buio. Che ne sarà di domani?

 

Il vallone che adduce al Colle di Vers, durante la discesa
Il vallone che adduce al Colle di Vers, durante la discesa

 

Ciò che è seguito è stato ancora una volta il coronamento di un desiderio, di una visione, per quanto piccola e insignificante. Tuttavia per me ancora una volta era un passo irrinunciabile di un percorso, un tassello di un puzzle che sogno prenda forma, un contributo al bagaglio di esperienze e all’allenamento che sto tentando di fare per poter continuare a immaginare e dopo, un po’ oltre, concretizzare. Stupenda l’ultima parte della gita, che sembrava riportarmi negli alti spazi glaciali della Valle d’Aosta. Altrove nell’apparenza, eppure così vicino a casa, con tutte le condizioni a favore. Il traverso, il pendio finale, il cramponage, la picca, la salita, la discesa, la terra sotto ai miei piedi e l’evoluzione del cielo tutto intorno, i segnali del mutamento e la stabilità dell’attimo presente. Tutto in quello stato di coscienza che spesso manca nel giorno qualunque, nel caos del quotidiano, e talvolta anche nella compagnia di altri. E poi la conferma del proprio cammino, della propria ricerca. Ed infine la sorpresa di tanta pace nel giorno che negli anni passati ho quasi sempre evitato – la domenica – per lavoro o per scelta. Nessuno per tutto il giorno, nessuna presenza all’infuori di quella della Montagna, così enorme tutto intorno a me. Solo alla fine, facendo ritorno sui pianori vicini al rifugio, inizio a scorgere coppie di ciaspolatori ed uno sciatore che accompagna una ragazza sulle racchette. Mi sono venute le bolle sotto ai piedi, cammino per certo meno bene di prima, ma sono felice. E questo conta. Spero di tornare a questi luoghi ancora e ancora. L’indomani si ride un po’ di me che vado per monti in inverno senza sci, della penosità del lungo ritorno, ma in cuor mio rimango piena di una contentezza tutta mia che per me sola trattengo.

Stefania Lovera

Stefania Lovera

Vive in Valle Stura, dove si occupa di piccolo artigianato. Fin da piccola innamorata delle terre alte e di scrittura, ha un approccio spirituale e filosofico verso la montagna.

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