Via Piccola Peste Rocca la Meja – VALLE MAIRA

Punto di partenza: Colle di Valcavera (Vallone dell’Arma, Valle Stura); Colle del Preit (Valle Maira) (CN)

Difficoltà: D+ (5b obbligatorio; 5c massimo); via attrezzata con spit 10mm distanziati a circa 4/5 metri, soste attrezzate (2 spit, cordino o fettuccia, maillon);

Lunghezza: 220 m, 5 tiri

Materiale: corde da 60, 10 rinvii

Apritori: Fabio Vivalda, Gianfranco Ghibaudo; 26 giugno 2004

Al Colle di Ancoccia

Attacco: si segue inizialmente la traccia della via normale che inizia a risalire la pietraia alla base della montagna; ai primi torrioni della parte centrale della montagna, sotto un grande diedro, girare verso destra per risalire alla base delle pareti seguendo una cengia (tracce di passaggio). Si continua per circa 150 metri. L’attacco è in corrispondenza di una placca sormontata da un diedrino evidente. Visibile primo spit con cordino bianco.

Attacco del primo tiro

Via:

L1: si sale la placca iniziale fino a giungere al diedro; poi placche fino alla sosta su una cengetta. (50m, 5b+);

Placche di L1

L2: salire un muro verticale, obliquare a sinistra verso un diedro, risalire placca a sinistra fino alla sosta su una cengia comoda (40m, 5b);

L3: attraversare sulla cengia verso sinistra fino al dietro, risalirlo fino a uscire su placche abbattute, muretto verticale, sosta (45m, 5b); può essere utile un friend medio-grande per l’inizio del tiro;

Placche abbattute su L3

L4: salire un muro verticale fino a raggiungere una cengia, si perviene ad una marcata fessura, seguono ancora placche fino ad uno spigolo di un torrione, sosta (45m, 5c);

Tomatz su L4
Arrivo in sosta 4

L5: Il quinto tiro presenta difficoltà meno marcate (max 4c), segue lo spigolo fino a raggiungere la cresta sud-est, per la quale si può raggiungere la vetta. Tuttavia questo tiro è sconsigliato per la presenza di molti blocchi instabili e roccia marcia.

Verso la via normale

Dalla sosta di L4 si taglia comodamente a sinistra su una cengetta in una zona detritica. Da qui si può proseguire senza incontrare particolari difficoltà, sempre verso sinistra, trovando anche degli ometti di tanto in tanto, fino a raggiungere la sella dalla quale parte il canale della via normale. Da qui si può raggiungere la cima seguendo quest’ultima o la cresta.

Dalla cima, guardando verso la cresta sud-est

Discesa: consigliata lungo la via normale.

Discesa lungo la normale

Considerazioni personali

Quanto è stata lunga la gestazione: ci sono voluti anni affinché il desiderio che nacque sulle rocce di quella montagna si concretizzasse in un vero slancio verticale. Ricordo un giorno di tenera estate, le ultime lingue di neve nel fondovalle; dopo la salita, dando le spalle alla montagna, l’occhio indugiava curioso su quei minuscoli uomini che si arrampicavano sulle sue pareti, apparentemente appesi al nulla. Ora, da un piccolo balconcino roccioso, sono io – con i compagni di cordata – a scrutare dall’alto le piccole sagome umane che sembravano formiche sulla traccia della via normale. Una folata di vento gelido colma di fiocchi di neve investe tutti. Gli omini là in basso si bloccano come paralizzati, fanno dietro-front e camminano veloci su per i prati. Rimaniamo noi, avvinghiati alla fredda pelle della Meja, confidando nelle previsioni e nello squarcio di azzurro che resiste sopra le nostre teste. Siamo davvero fortunati: abbiamo la possibilità di arrampicare in un posto mozzafiato a inizio novembre appena prima che inizi a nevicare, con le ore contate; ci muoviamo tra tra i duemila cinquecento-ottocento metri, le temperature sono basse, intorpidiscono mani e piedi, il vento che le rende più acute annuncia il tempo delle ore a venire. I laghetti sono specchi di ghiaccio, i prati sono aride distese bruciate dalla lunga siccità, il gioco di luci ed ombre colora il mondo in maniera quasi allucinatoria. Quale altra divinità, se non la Montagna stessa, può promettermi di nutrirmi ancora di tutti questi elementi? Quale altro paradiso può essere desiderabile oltre a quello che è già qui ed ora su questa terra, in questa vita? Allo stesso modo, quale altro inferno si può immaginare oltre quello che convive col paradiso sulla stessa terra, nella stessa vita? Sulla vetta ci accarezza l’ultimo sole mentre sopraggiungono le nuvole scure da occidente. Scendiamo in fretta per il familiare percorso della normale e poi, alla base della parete, giunge infine la neve, questa volta con tutta la serietà e l’intenzione d’essere. Recuperiamo ciò che abbiamo lasciato alla base della via ed io mi attardo un po’ scendendo più lentamente sulla pietraia con le mie scarpe leggere che presto si riempiono di pietre; ancora una pausa all’inizio dei prati per svuotarle, mentre gli altri si incamminano a passo sostenuto verso la macchina. Non voglio essere attesa, quasi non vorrei essere riportata a valle: devo camminare svelta anche io, ma la montagna è così magnetica! Ho lungamente desiderato di vederla innevata ed ora ho la fortuna di poter assistere al principio stesso del fenomeno. La mia presenza si annulla nella sua grandezza. Procedo voltandomi di tanto in tanto a guardarla ancora finché le sue pareti si ammantano nelle nebbie e nel turbinio dei fiocchi di neve, mentre i prati velocemente s’imbiancano. Raggiungo gli altri al colle, saltiamo in auto un po’ bagnati, senza nemmeno toglierci l’imbrago e scendiamo. A valle, a divorare ore misere di ricordi, frustrazioni e nuovi desideri che spingono avanti le nostre masse inerti, ad usare un’unica giornata come sale per le altre più insipide. La gioia rimbalza per una stanza nel tentativo di intercettare una condivisione, ma quando tutti se ne sono andati rimane mia soltanto e scivola nella placidità del riposo. E riposo alla terra finalmente porta la neve che ora è giunta anche qui ad estinguere il grido assetato che quasi stentava a raggiungere, troppo esausto ormai, il cielo.

Gran finale!

Stefania Lovera

Vive in Valle Stura, dove si occupa di piccolo artigianato. Fin da piccola innamorata delle terre alte e di scrittura, ha un approccio spirituale e filosofico verso la montagna.

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