Impressioni da Elva

Da lungo tempo desideravo andare lassù, in quella terra alta in una valle vicina, in quella terra bella e fiera, nascosta e impervia, e dolce e verde, in quella terra dove sembra che alcuni vogliano sradicare la sua gente, la gente che è parte della terra stessa, la gente che non può morire altrove, perchè deve ricongiurgersi con il grembo che la partorì. Sono salita fin lassù in un giorno grigio e pungente di freddo, di esalazioni di nubi ed espirazioni di umidità, intervalli di piogge e sospensioni di schiarite. La Galizia mi ha insegnato ad amare i luoghi nei giorni senza sole. Abbandonata la civiltà comune a Sampeyre la salita verso il colle, la vegetazione che scorre lungo la strada e muta metro dopo metro fino all’equilibrio tra due abissi spogli appoggiati nel pallore del silenzio bianco e denso. Una voluta di dispiega e si apre su un alito di vento: una chiesa. Elva.

 

 

arco
arco

 

 

Da sotto il largo cappello di feltro i miei occhi hanno esplorato insaziabilmente la superficie delle sue pietre e intravisto qualcosa della sua intimità, oltre le soglie di legno. L’aria muta e fredda della chiesa, come un grembo che brama essere fecondato, chiedeva la canzone che per troppa timidezza le ho rifiutato, imprimendo nella mia anima il dovere di ritornare. Nello spirito si è fatto avanti un sentore di ammirazione e di orgoglio misto alla malinconia che si affolla sull’orlo del cuore e sulla punta delle ciglia passaggiando nel cimitero. E poi, vicino ad un camino acceso, loro: le anime che resistono. Un’idea di fratellanza.

 

 

osteria
osteria

 

 

 

Non avrei più voluto scendere. Avrei voluto ascoltare la gente del posto, avrei voluto un angolo vicino al fuoco, carta e inchiostro e la solitudine dell’imbrunire. O diventare un albero per osservare scorrere le stagioni, poiché a me non è concesso. Ma siccome necessario, non si poteva che farlo passando per il monumento, per il sigillo di un patto tra uomo e natura, tra uomo e Cielo, per quella strada vietata da qualcuno che abita giù, lontano sia nel corpo che nello spirito, qualcuno i cui interessi sono troppo discosti dall’essenza più naturale e spontanea della vita, qualcuno che dietro il suo democratico nome nasconde il suo laccio coercitivo, qualcuno che non ha capito che esiste gente che non abbasserà il capo, nè qui nè altrove. La strada del Vallone, quella che fu aperta palmo dopo palmo parlando una lingua interiore che abbiamo scordato. Nella meraviglia e nello stupore prendo coscienza della mia vacuità e di tutta una serie di identità.

Tanto di oggi rimane da elaborare.

 

 

ramo-campanile
ramo-campanile

 

 

 

Stefania Lovera
Informazioni su Stefania Lovera 47 Articoli
Vive in Valle Stura. Da sempre ama la montagna, la passione aumenta negli ultimi anni con la pratica dell'alpinismo e dell'arrampicata. Ha un approccio spirituale alla montagna.

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