La tradizione del forno comunitario Alta Valle Tanaro

Diffusi nelle valli piemontesi, i forni comunitari costituiscono una preziosa testimonianza della vita alpina dell’ottocento, quando le condizioni di povertà e di relativo isolamento dei nostri paesi, soprattutto nella stagione invernale, richiedevano mezzi di sostentamento collettivo.

I forni rappresentavano quindi costruzioni al servizio della comunità e potevano essere ubicati nelle immediate vicinanze d’insediamenti permanenti, o più frequentemente, fare parte di edifici esistenti al di sotto di porticati come parte integrante di ciascun borgo.

La loro diffusione non capillare nel territorio montano, seguiva spesso la coltivazione di cereali nei terreni vicini agli abitati; il pane era, infatti, composto di farina di segale, all’occorrenza integrata con grano saraceno, farina di castagne e l’aggiunta di noci o patate bollite per aumentarne il potere calorico. Il pane “bianco” preparato con farina di frumento, costituiva invece un’eccezione o un lusso riservato alle classi più agiate.

La cottura avveniva con cadenza diversa secondo le varie epoche; in periodi più remoti, viste le dure condizioni di vita e le limitate risorse, avveniva una o due volte l’anno con il deposito del pane nero così ottenuto in luoghi asciutti, pane che veniva poi consumato durante il rigido inverno, inzuppato nel brodo o nel latte.

Nel secolo scorso e in epoche più vicine alle nostre invece, la cottura avveniva a cadenza mensile o addirittura settimanale assecondando certamente la necessità di sopravvivenza della comunità, ma facendo assumere alla panificazione sempre più le caratteristiche di un rito collettivo con funzione di vera e propria aggregazione sociale.

A Upega, il forno comunitario, parte integrante di uno degli edifici storici più antichi del paese, fu probabilmente costruito a metà del 1800 proprio nel momento storico in cui venne registrato il maggior numero di abitanti (verosimilmente fino a 500 anime) ormai stabiliti definitivamente nel borgo non più solo utilizzato come insediamento temporaneo durante la stagione della pastorizia.

Il forno divenne quindi necessario e conseguente all’agricoltura stanziale del luogo; è proprio da allora, infatti, che il territorio contiguo all’abitato, fu sottoposto a un intensivo sfruttamento di fasce sovrastanti il paese con la coltivazione di orzo, segale, miglio e avena testimoniando l’enorme lavoro svolto dall’uomo per “strappare” alla montagna ogni metro di terreno coltivabile.

La comunità brigasca utilizzò il forno fino al 1972; da allora caduto in disuso in seguito all’inesorabile spopolamento della frazione, grazie alla sapiente e generosa opera di alcuni Volontari, è stato ristrutturato e ridonato alla comunità upeghese che ne ha immediatamente inaugurato l’utilizzo durante la prima e fortunata edizione della degustazione itinerante di piatti tipici denominata “mangiaa brigasc”, tenutasi quest’anno nel mese di agosto.

Ancora una volta dal territorio alpino ai margini, in questa sperduta e suggestiva frazione delle Alpi Liguri, nasce un’iniziativa di riqualificazione e valorizzazione del patrimonio esistente della tradizione agro-pastorale volta alla riscoperta del rito collettivo della panificazione.

[:en]Diffusi nelle valli piemontesi, i forni comunitari costituiscono una preziosa testimonianza della vita alpina dell’ottocento, quando le condizioni di povertà e di relativo isolamento dei nostri paesi, soprattutto nella stagione invernale, richiedevano mezzi di sostentamento collettivo.

I forni rappresentavano quindi costruzioni al servizio della comunità e potevano essere ubicati nelle immediate vicinanze d’insediamenti permanenti, o più frequentemente, fare parte di edifici esistenti al di sotto di porticati come parte integrante di ciascun borgo.

La loro diffusione non capillare nel territorio montano, seguiva spesso la coltivazione di cereali nei terreni vicini agli abitati; il pane era, infatti, composto di farina di segale, all’occorrenza integrata con grano saraceno, farina di castagne e l’aggiunta di noci o patate bollite per aumentarne il potere calorico. Il pane “bianco” preparato con farina di frumento, costituiva invece un’eccezione o un lusso riservato alle classi più agiate.

La cottura avveniva con cadenza diversa secondo le varie epoche; in periodi più remoti, viste le dure condizioni di vita e le limitate risorse, avveniva una o due volte l’anno con il deposito del pane nero così ottenuto in luoghi asciutti, pane che veniva poi consumato durante il rigido inverno, inzuppato nel brodo o nel latte.

Nel secolo scorso e in epoche più vicine alle nostre invece, la cottura avveniva a cadenza mensile o addirittura settimanale assecondando certamente la necessità di sopravvivenza della comunità, ma facendo assumere alla panificazione sempre più le caratteristiche di un rito collettivo con funzione di vera e propria aggregazione sociale.

A Upega, il forno comunitario, parte integrante di uno degli edifici storici più antichi del paese, fu probabilmente costruito a metà del 1800 proprio nel momento storico in cui venne registrato il maggior numero di abitanti (verosimilmente fino a 500 anime) ormai stabiliti definitivamente nel borgo non più solo utilizzato come insediamento temporaneo durante la stagione della pastorizia.

Il forno divenne quindi necessario e conseguente all’agricoltura stanziale del luogo; è proprio da allora, infatti, che il territorio contiguo all’abitato, fu sottoposto a un intensivo sfruttamento di fasce sovrastanti il paese con la coltivazione di orzo, segale, miglio e avena testimoniando l’enorme lavoro svolto dall’uomo per “strappare” alla montagna ogni metro di terreno coltivabile.

La comunità brigasca utilizzò il forno fino al 1972; da allora caduto in disuso in seguito all’inesorabile spopolamento della frazione, grazie alla sapiente e generosa opera di alcuni Volontari, è stato ristrutturato e ridonato alla comunità upeghese che ne ha immediatamente inaugurato l’utilizzo durante la prima e fortunata edizione della degustazione itinerante di piatti tipici denominata “mangiaa brigasc”, tenutasi quest’anno nel mese di agosto.

Ancora una volta dal territorio alpino ai margini, in questa sperduta e suggestiva frazione delle Alpi Liguri, nasce un’iniziativa di riqualificazione e valorizzazione del patrimonio esistente della tradizione agro-pastorale volta alla riscoperta del rito collettivo della panificazione.

 

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