Rocca Senghi e la Via Ferrata – VALLE VARAITA

Partenza e arrivo: Sant’Anna di Bellino (CN)

Come caduta dal cielo e penetrata nella morbida terra, partorita invece dalle sue stesse membra e proiettata solitaria verso gli abissi celesti: è Rocca Senghi, nella Valle Varaita di Bellino. Da amante delle rocche isolate, non potevo che esserne attratta e così, dopo una silenziosa gita esplorativa nel fondovalle, tornai su decisa a salirla ad una sola settimana di distanza.

Rocca-senghi
Rocca-senghi

Mia madre, che non aveva mai avuto il brivido per le montagne, quando sentì la mia voce entusiasta al telefono riuscì soltanto a dirmi “Di nuovo?!”. Sentivo che era solo l’inizio di una serie di cose che le avrebbero lasciato perplessità. Raggiungere Bellino significava due ore d’auto e un centinaio di chilometri sola andata, le risorse erano scarse, ma il desiderio no. Tutte le condizioni rientravano nell’insolito: era domenica, erano le dieci di mattina e l’aria era calda. Avevo tralasciato seri propositi per debolezze di cuore e mi ero portata le belle idee nel sonno, e riemergevano con me in un mattino deluso e parziale. Non volevo passare la giornata a bighellonare per casa. Un accenno di colazione e via. Scelsi così la mia ultima gita della stagione, che d’invernale avrebbe avuto appena la cornice innevata delle spettacolari cime della Valle Varaita. Non volevo attendere né la primavera né l’estate, mi era chiaro che le condizioni per salire e scendere sarebbero state ottime, e come mi ero ripromessa lungamente, speravo in ben altri obiettivi per i mesi più caldi.

Parete-est
Parete-est

Avrei sfruttato il facile sentiero estivo per la discesa e la via ferrata sullo spigolo est per la salita, sentendo nell’aria soltanto il profumo delle vicine vie di arrampicata, di cui una era stata il terreno di una prima solitaria invernale circa un mese prima. Avrei goduto di un ottimo punto di osservazione sulle montagne circostanti – un orizzonte nuovo – e proprio questo senso di novità mi faceva turbinare l’animo. Continuavo a chiedermi perché queste valli fossero rimaste vergini ai miei occhi e alla mia mente per così tanti anni, zone in ombra nelle cartine, perché fossi stata cresciuta in una sfera tanto limitata. Mi sentivo in espansione. Nelle mie valli volevo salire cime fuori dalla lista delle classiche della tradizione familiare e quelle a cui non fui accompagnata – ne mancavano almeno un paio – e poi c’era tutto un universo appena al di fuori e oltre ancora. Lì volevo assaggiare un po’ da ogni piatto. Ogni nuova valle mi proponeva nuove domande e nuovi nomi, ogni nuova cima nuovi sogni: con essi si dilatavano le distanze, le fascinazioni e le volontà. Mi ero ammalata, per così dire. E assolutamente non volevo guarire.

All-incontro-delle-due-vie
All-incontro-delle-due-vie

Salivo e tutti scendevano: la neve si scioglieva nel sole del mezzogiorno, ma abbandonatala nel fondovalle iniziai a prendere quota liberamente sui pendii erbosi sotto la rocca, osservata dallo sguardo ironico dei camosci. La parete arancione e grigia incombeva su di me, ed io ferma ad ogni curva del ritrovato sentiero ad ammirarla come in venerazione. A poca distanza dall’attacco della ferrata intravidi un uomo salire verso il canalone, ci salutammo con un gesto della mano e mi ritrovai a sorridere pensando che qualcuno avesse avuto un’idea simile alla mia. Lui su rapido, io seduta con una manciata di frutta secca e un sorso d’acqua, pronta ad imbragarmi. Mi piaceva quel rituale. Della salita non mi accorsi quasi, tanto meno del grande vuoto alle mie spalle, concentrata nell’azione; eppure di tanto in tanto sostavo e lo guardavo, ci divoravamo a vicenda, il silenzio percuoteva l’aria. C’era un qualcosa di impressionante nel poter così fortunatamente risalire uno strapiombo e godere così dell’impossibilità di vedere i passi già consumati, ma solo di una voragine d’apparente nulla, sapendo che in essa vi è tutto, ogni possibilità e l’ultima di esse. Poi un terrazzino, dove giunge un altro ramo della ferrata da una cengia ascendente. Qui, spalle alla roccia e mani sui fianchi guardai giù e oltre, sulle cime bianche, mi persi in pensieri inafferrabili, mi lasciai accarezzare dall’aria e seguii il volo libero degli uccelli. Che posto felice! Ma dov’era il mio amore? Lontano, lontano.

neve-in-cima
neve-in-cima

Lo strano gioco continuò più rilassato fino alla cima che declinava verso ovest nell’ultima neve. Qui lungamente rimasi in muto dialogo con la grande riunione di alte cime, come un piccolo Gesù in un tempio immenso, senza saggezza, ma con un po’ di sentore di libertà e se non di lei almeno di un po’ di ritrovata leggerezza. I pesi che faticosamente mi facevano risalire il pendio erano stati persi per strada. Sì, si stava proprio bene.

Infine giunse anche l’uomo, la mia fiamma si trasformò, condividemmo chiacchiere e la discesa lungo il sentiero. Ricordo ancora un’ultima felicità: scendendo e osservando la parete, a malapena si vedevano i segni della ferrata. “Per fortuna” mi dissi. Amavo il bello, ma anche le contraddizioni. Per fortuna non si vedeva nulla.

La ferrata di Rocca Senghi si raggiunge da Sant’Anna di Bellino (1830m), mentre nella stagione invernale si lascia l’auto a Melezé (1812m) e si raggiunge Sant’Anna in pochi minuti a piedi. Oltrepassata la chiesetta di raggiungono le Grange Prato Rui e poi le Grange Cruset. Prima di un ponticello si incontra un primo pannello illustrativo sulla ferrata, che segnala gli itinerari possibili. Dalla grange Cruset si prosegue per un sentiero verso la soprastante parete della rocca, esposta a sud; taglia poi verso est e inizia a risalire un canalone erboso, nel quale si intravede una casermetta militare, visibile anche dal vallone. In corrispondenza dello spigolo tra parete sud e parete est si trova la segnalazione per l’attacco della via difficile (D, e siamo circa a 2200m, la ferrata si sviluppa per circa 200 m), mentre proseguendo per i tornantini si giunge a quello dell’itinerario più semplice, che è comunque da percorrersi con le dovute cautele (un po’ ambigua può essere la dicitura sul cartello a valle: “per principianti”, più utile sarebbe utilizzare una condivisa e più universale scala di difficoltà). Questo itinerario segue una cengia che si può vedere facilmente osservando la parete.

croce-in-cima
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L’itinerario diretto sale quasi del tutto in linea verticale per 150 metri, a tratti in lieve strapiombo. Le due vie si ricongiungono su di un comodo terrazzino e da qui si prosegue con un percorso unico, più semplice: la pendenza è più moderata e si raggiunge senza difficoltà di rilievo la cima (2450 m).

Panorama-dalla-cima1
Panorama-dalla-cima1
Panorama-dalla-cima2
Panorama-dalla-cima2
Panorama-dalla-cima3
Panorama-dalla-cima3

Si può effettuare la discesa per il sentiero che arriva dal versante ovest e che scende al colletto tra la Rocca Senghi e il Buch des Sparviers, attrezzato con dei cavi che a fine inverno e in primavera possono essere ancora coperti del tutto o parzialmente di neve; comunque il sentiero potrebbe essere coperto di neve o ghiaccio.

Sentiero-tortuoso
Sentiero-tortuoso

Dal colletto si ritrova il sentiero che velocemente scende nel canalone erboso. Altra possibilità è la discesa attraverso la galleria (segnalata poco sotto la vetta) che mette in collegamento la cima alla caserma nella parte alta del canalone.

la-galleria
la-galleria

Il percorso è al buio (necessaria la lampada frontale), freddo, ma è attrezzato con gradini e cavi metallici. Usciti dal grande foro d’ingresso nel canalone, si ridiscende per sentiero fino al punto di partenza.

Stefania Lovera
Informazioni su Stefania Lovera 61 Articoli
Vive in Valle Stura. Da sempre ama la montagna, la passione aumenta negli ultimi anni con la pratica dell'alpinismo e dell'arrampicata. Ha un approccio spirituale alla montagna.

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